Paralisi del sonno: cos'è, perché succede e cosa fare
Ti svegli nel cuore della notte, apri gli occhi, ma non riesci a muoverti né a gridare. Accanto al letto sembra esserci qualcuno. Poi, dopo pochi secondi che sembrano eterni, tutto finisce. È la paralisi del sonno: un'esperienza che spaventa molto, ma che la scienza conosce bene e che non è pericolosa.
- Nella paralisi del sonno la mente è sveglia mentre il corpo è ancora nel blocco muscolare del sonno REM: per qualche secondo o minuto non ci si riesce a muovere.
- È comune: circa 8 persone su 100 la vivono almeno una volta nella vita, più spesso da giovani e nei periodi di sonno scarso o irregolare.
- Non è pericolosa e finisce da sola; dormire abbastanza e con orari regolari aiuta a prevenirla.
Cos'è la paralisi del sonno
La paralisi del sonno è un'esperienza breve in cui ci si sveglia, o ci si sta addormentando, e per qualche secondo o qualche minuto non si riesce a muovere né a parlare, pur essendo coscienti. Si vede la stanza, si sentono i rumori, ma il corpo non risponde. Spesso è accompagnata da allucinazioni molto vivide: una presenza accanto al letto, un peso sul petto, voci, passi o figure scure.
Fa paura proprio perché sembra reale e perché ci si sente impotenti. Ma non è un pericolo per la salute, non danneggia il cervello e di norma finisce da sola. Sapere cosa sta succedendo è già un grande aiuto per viverla con meno angoscia.
Perché succede
Durante il sonno REM, la fase dei sogni più vividi, il cervello blocca quasi tutti i muscoli volontari: è un meccanismo di protezione che ci impedisce di mettere in pratica i sogni, per esempio di correre o di colpire mentre sogniamo di farlo. Il cuore, il diaframma e i muscoli degli occhi continuano a funzionare.
Nella paralisi del sonno questo blocco resta attivo per qualche istante quando la mente è già sveglia, oppure si attiva prima che ci si sia addormentati del tutto. Il risultato è una coscienza sveglia in un corpo ancora "spento", e un cervello che mescola la percezione della stanza reale con le immagini del sogno. Da qui le allucinazioni, rese ancora più minacciose dalla paura del momento.
La sensazione di un peso sul petto viene spiegata di solito così: nel sonno REM il respiro è più superficiale e affidato soprattutto al diaframma, e il tentativo di respirare a fondo, contro un corpo che non risponde, dà l'impressione di essere schiacciati. L'aria però continua ad arrivare regolarmente.
Quanto è comune
Molto più di quanto si creda. Una revisione di decine di studi pubblicata nel 2011 da Brian Sharpless e Jacques Barber ha stimato che circa 8 persone su 100 la vivano almeno una volta nella vita, con percentuali più alte tra gli studenti universitari e tra chi soffre di ansia o di altri disturbi psicologici.
Di solito compare per la prima volta nell'adolescenza o nei primi anni dell'età adulta. Per molte persone resta un episodio isolato; per altre torna di tanto in tanto, soprattutto nei periodi più stressanti o quando si dorme poco.
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Raccontalo al GenioCosa la favorisce
- Dormire poco: la privazione di sonno è il fattore più citato, perché rende più instabili le transizioni tra le fasi del sonno.
- Orari irregolari: turni di notte, jet lag, notti molto diverse tra settimana e weekend.
- Dormire a pancia in su: molte persone riferiscono episodi soprattutto in questa posizione.
- Stress e ansia: i periodi di tensione si accompagnano più spesso a sonno frammentato e a episodi di paralisi.
- Alcuni disturbi del sonno: in particolare la narcolessia, di cui la paralisi può essere uno dei segnali.
Demoni, streghe e pandafeche: la paralisi nelle tradizioni
Molto prima che la scienza la spiegasse, la paralisi del sonno aveva nomi e leggende in tutto il mondo. Il celebre quadro L'incubo di Johann Heinrich Füssli, del 1781, mostra una creatura seduta sul petto di una donna addormentata: un'immagine che molti riconoscono subito.
Anche in Italia la tradizione popolare ha dato a questa esperienza nomi diversi a seconda delle regioni. In Abruzzo si parla della «pandafeche», una presenza che si siede sul petto di chi dorme: un gruppo di ricercatori (Jalal, Romanelli e Hinton, 2015) ne ha studiato proprio il legame con la paralisi del sonno. Le storie cambiano da un paese all'altro, ma l'esperienza descritta è la stessa.
Cosa fare durante e dopo un episodio
Durante l'episodio aiuta ricordarsi che si tratta della paralisi del sonno e che passerà in poco tempo. Invece di lottare con tutto il corpo, conviene provare a muovere una parte piccola, come le dita delle mani o dei piedi, oppure sbattere le palpebre, e concentrarsi su un respiro lento. Molte persone raccontano che così l'episodio si interrompe prima e fa meno paura.
Per prevenirla la regola più efficace è la più semplice: dormire abbastanza e con orari il più possibile regolari. Aiutano anche ridurre alcol e caffè la sera, spegnere gli schermi un po' prima di andare a letto e, per chi ha episodi frequenti, provare a dormire sul fianco.
Quando parlarne con il medico: se gli episodi sono frequenti e spaventano al punto da temere di addormentarsi, oppure se durante il giorno c'è una sonnolenza molto forte o capita di addormentarsi all'improvviso, perché questi segnali possono indicare un disturbo del sonno come la narcolessia, che va riconosciuto e curato.
Paralisi del sonno e sogni
La paralisi del sonno nasce proprio al confine tra sogno e veglia, ed è per questo che le sue immagini somigliano tanto a quelle degli incubi. Chi la vive racconta spesso sensazioni che ritroviamo anche nei sogni: la paura, una presenza come un fantasma, il sentirsi bloccati come in una prigione.
Se ti capita di fare spesso sogni angoscianti, nel dizionario trovi le schede degli incubi e delle situazioni tipiche, e la guida sui sogni ricorrenti spiega perché alcuni sogni tornano e cosa si può fare.
Fonti
- Brian A. Sharpless e Jacques P. Barber, «Lifetime prevalence rates of sleep paralysis: a systematic review», Sleep Medicine Reviews, 2011.
- J. Allan Hobson e Robert W. McCarley, «The brain as a dream state generator: an activation-synthesis hypothesis of the dream process», American Journal of Psychiatry, 1977.
Domande frequenti
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